lunedì 13 febbraio 2012

Auschwitz: non negare, non banalizzare, non sacralizzare

La recente polemica,nell’ANPI padernese sull’unicità della Shoah merita, per me, un approfondimento ulteriore. Innanzitutto per capire e per riflettere.
Per capire credo che ci possa esser utile il libro di Valentina Pisanty "Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah ", edito da Bruno Mondatori e recensito sul Manifesto del 12 febbraio da A. Burgio.
L’idea –guida del libro è che "la negazione, la banalizzazione e la sacralizzazione della Shoah siano tre specifiche forme di abuso della memoria". Tre atteggiamenti, o meglio tre ideologie, che finiscono per precludere la verità e l’indagine storica.
Secondo Pisanty. "i negazionisti (che auspicano la rimozione dell’idea stessa del genocidio ebraico e la sua sostituzione con una riedizione del mito cospirazionista) non danno man forte soltanto ai banalizzatori (i quali cancellano ogni specificità del processo genocidiario inserendolo in uno schema generalissimo), ma anche ai sacralizzatori (che sottraggono la Shoah alla serie degli eventi storici per proiettarla in una dimensione trascendente, al riparo di qualsiasi incursione della ragione critica)."
In realtà i tre abusi si incastrano e richiamano tra loro come i pezzi di un puzzle. Un testo difficile e coraggioso che cerca di indagare il limite della nostra ragione e le specificità della storia e delle analisi. Quello che non si può fare è affrontare con superficialità un "argomento così difficile, disagevole da maneggiare, ancor più arduo da indagare criticamente" conclude Burgio.
Credo pertanto che convenga più studiare che parlare. Per riflettere invece mi aiuta l’esperienza personale.
Conoscevo la Shoah e i libri di Levi anche prima di quel viaggio del 1992 con l’ANPI di Paderno Dugnano. Ci accompagnava un superstite di un campo di concentramento.
Ricordo Mauthausen: la scalinata della morte, i cimiteri delle nazioni e poi l’ingresso al campo.Le baracche, le docce-camere a gas, i barattoli dello zyklon B, i forni crematori, i camini e poi nel grande salone la proiezione di un filmato sulla liberazione del campo grazie agli americani, il 7 maggio 1945.
Uscii da quella proiezione diverso da come ero entrato. Ricordo il silenzio gelido della sala, il rumore del proiettore e la commozione disperata dell’accompagnatore che guardava come me lo schermo ,ma ad occhi chiusi. Era difficile tenerli aperti su quell’abisso. Mi vergognai dell’essere umano. Di appartenere alla stessa specie di chi aveva potuto concepire e realizzare un simile orrore. Desiderai di essere altrove ma non fuggii.
Poi la proiezione finì, tornammo al pullman e riprendemmo le visite alle altre mete del pellegrinaggio: il campo di Gusen, il Castello di Hartheim e il campo grotta di Ebensee. Ma il silenzio era ormai la compagnia di ognuno di noi.
Dopo quel viaggio capii meglio molte cose. Capii perché Levi scrisse libri come "I sommersi e i salvati " e il suo suicidio dell’ 11 aprile 1987; 44 anni dopo la sua detenzione a Auschwitz. Capii perché li blibliotecario di Nova Milanese aveva dedicato tutta la sua vita professionale alla documentazione dei campi e capii meglio il pittore Giorgio Celiberti che l’amico Antonio mi ha fatto conoscere. Da amministratore pubblico ho fatto diverse cose ma di alcune, come i viaggi della memoria, sono particolarmente convinto.
Anzi oggi penso che dovevo fare di più per far conoscere Auschwitz.

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