giovedì 23 maggio 2013

Restiamo Umani

I padernesi che oggi pomeriggio hanno partecipato alla presentazione del libro "Il Viaggio di Vittorio" che racconta la vita e la morte di Vittorio Arrigoni, scritto da sua madre, hanno avuto la fortuna di incontrare una persona eccezionale e il privilegio di ascoltarla descrivere la figura di un uomo straordinario.
Egidia Beretta Arrigoni non è una donna qualsiasi, come suo figlio Vittorio non era un uomo comune. Nel libro che gli ha dedicato dopo la tragica morte in Palestina, sua madre scrive: "Vittorio non era un eroe né un martire, ma solo un ragazzo che ha voluto  riaffermare con una vita speciale che i diritti umani vanno rispettati e difesi ovunque".
Solo un ragazzo "che come me amava i Beatles e i Rolling Stones"? Difficile affermarlo sapendo quello che Vittorio Arrigoni ha fatto nella sua breve vita (4 febbraio 1975- 15 aprile 2011) in cui è stato volontario, attivista, pacifista, scrittore, reporter, scudo umano, difensore fino all'estremo limite dei diritti umani della popolazione palestinese e dei più deboli: le donne, i bambini, i contadini, i pescatori, vittime della violenza di una guerra che sembra non avere mai fine.  Eppure ripercorrendo il suo viaggio terreno, da Bulciago in Brianza a Gaza in Palestina, raccontato da una mamma che ha scritto con gli occhi non sempre asciutti questo libro come un atto d'amore per "il suo bambino" perduto, non si può non rintracciare e riconoscere in Vittorio Arrigoni qualcosa che tutti noi abbiamo avuto dentro e avremmo voluto essere, perché è vero che egli era uno di noi che voleva restare umano. 
La differenza è che mentre noi che abbiamo avuto un sogno un bel giorno abbiamo smesso di sognarlo, egli invece, per vincere la sua battaglia, ha voluto continuare a sognare, come diceva Nelson Mandela, uno dei miti della sua infanzia che aveva imparato ad amare in famiglia.
Il libro di Egidia Beretta ha la forma narrativa del diario e inizia appunto con l'immagine di Vittorio bambino, descrivendolo attraverso i suoi primi temi, le cose che scriveva sui quaderni delle elementari e medie, prosegue con Vittorio ragazzo, che non amava molto studiare, ma moltissimo leggere in modo onnivoro. "Non era un intellettuale però - ha confermato durante l'incontro all'auditorium Tilane - era più portato ad agire e nell'azienda di suo padre, quando ha iniziato a lavorare dopo il diploma, preferiva guidare il camion che stare in ufficio".
Per questo decise di partire come volontario, prima nei campi profughi in Croazia, poi in Perù con l'Operazione Mato Grosso, poi ancora nell'Est Europa e infine in Africa a costruire nei villaggi scuole per bambini e laboratori per insegnare un lavoro ai giovani: dodici viaggi dal 1997 al 2001. Nel 2002 il primo viaggio in Palestina e a Gerusalemme con la Ong "Youth Action for Peace" cambiò la sua vita. Se in quelli precedenti aveva incontrato la lotta alla povertà materiale, in Palestina incontrò la lotta per la libertà. 
Finito il lavoro a Gerusalemme iniziò a viaggiare per la West Bank, e si fermò a Nablus a fare lo "scudo umano" fuori dalle scuole e partecipò alle lotte contro la costruzione del muro che separava i villaggi palestinesi dalle colonie israeliane. Da allora gli israeliani lo inserirono in una "lista nera" di indesiderabili e nel 2005 quando tentò di rientrare in Palestina dalla Giordania lo arrestarono, lo picchiarono duramente e lo espulsero buttandolo giù da un mezzo militare in territorio giordano. Pochi mesi dopo venne ancora arrestato, imprigionato, malmenato, ferito ed espulso, dopo aver cercato di andare in Palestina (dove era stato ufficialmente invitato per un ciclo di conferenze) atterrando all'aeroporto di Tel Aviv. 
Dopo quella dura esperienza, per due anni Vittorio non cercò più di tornare, andò in Congo come osservatore dell'ONU per le elezioni, poi in Libano a lavorare in un campo profughi, ma nel 2008 progettò insieme ad altri di arrivare a Gaza via mare e ci riuscì. La sua nave, la prima a rompere il blocco delle motovedette israeliane, venne accolta da migliaia di persone festanti. Si stabilì a Gaza e con altri volontari iniziò ad accompagnare i pescatori e i contadini sul loro luogo di lavoro, ancora a fare lo "scudo umano" per proteggerli dalle pallottole israeliane. In mare venne ancora una volta ferito dall'attacco di una motovedetta alla barca da pesca sulla quale si trovava, imprigionato ed espulso, ma se credevano di fermarlo si sbagliavano. 
Pochi mesi dopo riuscì a tornare a Gaza via mare. La guerra scatenata da Israele nel dicembre del 2008, nota come "Operazione piombo fuso" venne da lui raccontata, unico cronista occidentale rimasto sul posto, sul suo blog, e le sue cronache, i filmati e le immagini, vennero ripresi da tutti i media internazionali.
"Quando tornò a casa nell'autunno del 2009 mi accorsi che Vittorio era molto cambiato. Quella guerra lo aveva segnato profondamente - ha scritto nel libro sua madre -. I suoi sonni erano agitati da incubi terribili popolati dagli orrori che aveva vissuto. Ciò che lo salvò dal dolore insopportabile che gli macerava l'anima fu la possibilità di andare in giro per l'Italia a raccontare quello che aveva visto con i suoi occhi. Nel dicembre 2009 decise di tornare a Gaza entrando dall'Egitto. Rimase al Rafah, vicino al confine fino a quando non gli consentirono di passare nella Striscia nel marzo 2010. Da allora non l'ho più rivisto. Oggi riposa a Bulciago. Nella religione ebraica mettere sassi su una tomba ha un senso particolare di legame e memoria. Sulla sua tomba c'è un cumulo di piccole pietre. Non so chi ha cominciato a deporle, a me piace pensare che sia l'omaggio a un giusto che non deve essere dimenticato". 

Il viaggio di Vittorio

di Egidia Beretta Arrigoni
Delai editore - 185 pag. 15 euro

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