1° Reading di Poesia - Versi e Autori

“Bateau ivre” (Battello ebbro), è una poesia scritta da Vittorio Arrigoni nel marzo 2005. È ispirata chiaramente a “Le bateau ivre” di Arthur Rimbaud, che è considerato il capolavoro del poeta francese composto a soli 17 anni. 
Arrigoni, la scrisse invece a 30 anni quando aveva già maturato 10 anni di esperienza sul campo come attivista umanitario in Europa dell’Est, Africa, Medio Oriente, proprio pochi giorni prima di tornare in Palestina dove subirà una violenta aggressione da parte dei militari israeliani. Nell'aprile del 2005, infatti, era stato inserito a sua insaputa nella lista nera delle persone sgradite ad Israele. Per questa ragione, verrà fermato in ingresso alla frontiera con la Giordania. Sequestrato e picchiato con estrema violenza dai militari israeliani sarà poi abbandonato in territorio giordano dove verrà soccorso dai soldati giordani.
Questa poesia ha dunque un sapore profetico perché rivela lo stato d’animo del suo autore che alla vigilia del viaggio verso la Palestina sentiva di avere davanti una “odissea oscura” su un battello ebbro per un viaggio senza ritorno. La poesia appare una sorta di testamento di “un’anima errante” chiamata dai suoi “ideali sconvolti” a compiere un dovere pesante: “brillare anche per coloro che non hanno osato”.

Betau ivre (23 marzo 2005)
L'odissea oscura si svela
dinnanzi ai prossimi giorni,
ho un battello ebbro come taxi per il non ritorno,
nessun testamento se non il mio ricordo sepolto
nelle coscienze di coloro che ho amato.
i miei ideali sconvolti si fanno brace
e brucia onnipresente il richiamo al dovere
il volere primo della mia anima errante.

Lasciarsi alle spalle ogni scrupolo di conforto
per la passione della compassione
della connivenza con la tragedia,
della ricerca di un medicamento
contro ogni orrore del mondo.

Sarò in Palestina,
entro poco
se le stelle mi saranno compiacenti
e brillerò anche per coloro che non hanno osato,
perché non è una resa schivare i domini della morte,
ma è per la mia anima offesa un richiamo alla non abdicazione.

Quella strada che il fato mi fece svoltare
che è presto mutata nella mia causa utopica
e mi perdoni la mia musa,
la mia famiglia certificata
e quella atavica che cercai ricomporre
tutti e tutte coloro che son stati sfiorati dai miei tentacoli d'emozione
chiedo perdono
per non aver osato guardare uno specchio
e scoprirmi reso alla ricerca dell'assurdo.


Poesie di Stefania Peverati


Interminato mare

Dove vai, mare, quando ti volti
e sciogli il tuo abbraccio con la rena
dove porti i tuoi flutti e la spuma
e le parole scritte nella sabbia,
le lacrime strappate dal vento
e i ricordi che straziano l’anima
Dove finisce il mio lamento
che abbandono alle onde
come a sorelle in pianto
e si perde nel tuo immenso
Dove conduci me, se ti dono
questo mio sordo affanno
se mi offro all’acque tue profonde
se lascio che il mio corpo
perda il peso e la memoria.

Come un’amante nell’amplesso
mi arrendo al tuo richiamo
vengo a te, interminato mare
mi affido al battito del tuo cuore
accoglimi nel tuo ventre, cullami
contienimi nel buio e nel silenzio finché
io mi spengo…
e con un palpito di vita, in un respiro
riemergo dalla potenza del tuo abisso
con fierezza, a braccia spalancate
mi dischiudo al cielo
come un’offerta
come un canto di lode all’esistenza.

(Selezionata al Concorso Internazionale “Il Federiciano 2011” - Aletti Editore)

Ancora (poesia per un'amica)

Hai strappato giorni e giorni al calendario
ed ogni giorno è una pagina di memoria
ed ogni pagina un lembo di anima.
Che cosa ne rimane oggi,
del tempo, dei ricordi, del tuo cuore,
di giornate amare spese a mendicare
una parola, un gesto appena, un segno
se guardi dentro
e trovi ancora lo stesso sogno
là dove l’avevi nascosto,
dove credevi si fosse dissolto?
E trovi ancora il suo volto,
lo sguardo malinconico e buono,
il sorriso trasparente su quella bocca
che mai avresti cessato di baciare
sotto gli alberi che indorano le chiome,
la voce sua che ti risveglia dal torpore,
le mani che ancora vorresti tenere
per camminare insieme,
per volare in alto
ancora.

Sconosciuto (a mio padre)

Sconosciuto, ti chiamavo
con un grido silenzioso
e con occhi di bambina,
qualche volta nel silenzio
sconosciuto rispondevi.
Smarrita ti ho incontrato
in un viaggio senza tempo
dentro ad una stanza spoglia
da una piccola finestra
poca luce per vedere
solitudine e miseria
e ho compreso, sconosciuto
quanto fossimo vicini,
quanto amore senza voce
nel tuo sguardo mai guardato,
ho sentito quanta vita
mi hai passato col tuo sangue,
ho trovato le radici
del mio errare incessante.
Ora tendo le mie mani
ad accogliere le tue
ti accompagno verso il mare,
qualche passo ancora insieme
nella quiete della sera.

(Selezionata al Concorso ‘Poesie del nuovo millennio’ – Aletti Editore)


Poesie di Cristina Arcari

La cortigiana bianca

La poesia
ormai si nasconde
dietro versi monchi
e parole senza senso
buone solo ad ingannare
l'occhio.
Si diverte
a correre su e giù
da una riga all'altra
disegnando percorsi
immaginari.
Nasconde così
dietro illusioni pagate a caro prezzo
la triste realtà:
è morta.
Giace nel fondo dei cimiteri
più famosi
stretta tra le mani gelide
dei suoi ultimi padroni.
Solo un'ombra
di quella che fu
esce di notte dalle bare chiuse
e anima penne preziose
per vendersi
come la peggiore delle cortigiane.
Aspetta solo il migliore offerente.
Immagini, frasi, suoni
animano queste ombre.
Ma lasciano solo polvere
lanciata negli occhi di chi legge
imprudente.
Finge di capire
colui che ha pagato dieci sacchi la sua cortigiana
che al mattino ritorna ad abbellire
gli epitaffi.
Ma la lucentezza dell'oro
scaccia anche le ombre
ora.
Solo pagine bianche
nel nostro futuro.
Questa mancanza
si chiamerà ancora poesia.

La sabbia non basta

Le pallide ombre
di un volto ormai svanito
mi compaiono negli occhi.
Sento di non appartenere
a me.
Vengo sballottata,
i miei pensieri confusi e perduti,
le mie braccia spezzate
dal peso troppo grande
di parole aspre.
Non dirò frasi d'amore
dalle mie labbra solo sottili lame
sulle mie spalle altri sacchi.

La sabbia non basta.
Il fiume ha spezzato gli argini
correndo via dal talamo.

La sabbia non basta.
Quanti altri come me
soccombono
le nostre strade tracciano
un percorso indefinito
in mezzo a quel deserto rosso.

La sabbia non basta,
neppure lì.
Non mi sento al sicuro
senza le finestre sprangate.
Non c'è posto che possa chiamare
casa.

La sabbia non basta.
Tento di nascondere
il viso tra le braccia
ottenendo solo di scaldarlo
ancor di più.
Il mio fiato non esce
dalle labbra da tempo ormai.

La sabbia non basta.
Sono falciata in due:
due bocche
due nasi
quattro occhi
ma un cuore
rotto.
La sabbia non basta.



Poesia di Maria Antonietta Comelli


Le nostre mani

Autunno. Lungo questo viale alberato dai magnifici colori
Camminiamo, la mia mano destra nella tua sinistra
Mani che sanno ancora trasmettersi emozioni.
Mi volto per vedere il cammino fatto e là, in fondo
Vedo le nostre mani di cinquant’anni fa.
Timide mani che sfiorandosi per caso sentono una scossa
Mani che si cercano, mani che davanti all’altare si uniscono.
Mani gentili, mani forti, mani laboriose, mani che accarezzano,                                                                              
mani che amano, mani che consolano e che possono accogliere
la vita che nasce.
Piccole mani delle nostre creature che si affidano per essere guidate,
piccole mani sporche di pappa che ti accarezzano e ti fanno felice.
Le esili mani di mia figlia che stringono la mano della nonna e
l’accompagnano dolcemente nel suo passaggio dalla vita terrena.
Le nostre mani unite che ci parlano del cammino fatto assieme.
La mia destra nella tua sinistra, proseguiamo la nostra passeggiata
nell’autunno della nostra vita.

Poesia di Michela Veneziano

Resti in silenzio

Resti in silenzio con quello sguardo che parla più delle parole,
resti in silenzio nel profondo dei tuoi segreti,
resti nel silenzio i segni della violenza occupano un pezzo del tuo fragile
cuore,
resti in silenzio anche quando piangi per il male che provi,
resti in silenzio quando provi a vivere ma non ci riesci,
e resti ancora in silenzio,
quando guardi l'uomo di cui non ti puoi fidare.


Poesie di Paola Di Furia  

Piccola pescatrice di perle
  
Piccola pescatrice di perle
nell’acqua i tuoi capelli come alghe
ma quando esci
piccole perle sulla tue pelle brillano. 
(2001)

Domenica pomeriggio
  
Una domenica pomeriggio
alla libreria Fnac
lei mangia un arancino di riso
coi capelli raccolti
e il faccino serio. 
(2002) 

Viso
  
Nel tuo viso magro
il mio viso di ragazza
nel tuo corpo dinoccolato
una timidezza nervosa e dolce
mangi un cannolo al cioccolato
e non mi vuoi guardare negli occhi. 
(2002) 

Una stupida poesia 

Ti voglio dedicare una poesia
per tutte le volte che sorridi
per tutte le volte che mi piaci
per tutte le volte che ti amo.
Ti voglio dedicare una poesia
perché sei sempre rimasto un po’ bambino
perché sei sempre bello come il sole
perché sei sempre uin po’ timido con me.
Ti voglio dedicare una poesia
perché ti amo quando sei arrabbiato
perché ti amo quando sei un po’ stanco
perché ti amo quando sei pentito.
Ti dedico questa stupida poesia
per un pomeriggio al mare un anno fa
perché hai imparato ad amarmi a poco a poco
perché sai dire ti amo ma ti vergogni sempre un po’. 
(1984) 

Gocce  

Gocce di pioggia 
gocce di pianto 
gocce che luccicano al sole d’autunno. 
Gocce di gronda 
gocce di ghiaia 
gocce che bagnano la terra d’autunno. 
Gocce di terra 
gocce di tempo 
gocce che coprono te in questo autunno. 
(1984)



Poesie di Vezio Ugo Mari

A Dio

Parco son mio Signore
di grazie e lodi
pentito nel mio cuore
di non udir cori.

Cori di umani al ciel
per cercar pace
stender un pietoso vel
a peccar si tace.

Odio e amor nel mondo
l'ardor cancelli
fede e l'onor in tondo
 pane per uccelli.

Dio vieni a noi dotti
a gettar il sale
ormai noi siam rotti
salvaci dal male.

Lacrime

Sono gocce di rugiada     
che rigano le guance         
sono lacrime di fanciullo
sono perle incastonate.
Con le lacrime si ottiene
con le lacrime ci si sfoga
con le lacrime avviene
il desiderio che si sogna.
Una donna che non piange
ha il cuore molto duro
tiene dentro il suo dolore
vendicar sa con le lance.
Anche l’uomo sa lacrimare
quando grande è il dolore
se ferito o offeso
quando perde anche l’onore.
Molte volte lacrimare
è la cosa più onesta
espressione del dolore
come aprire una finestra.
È la lacrima del perdono
o la lacrima del pentimento
ma è sempre un sentimento
che si mostra molto buono.
Sin  tanto che una lacrima
scenderà da un volto
rimarrà l’umanità
girerà ancora il mondo.

L'immensità

Lo spazio ci avvolge nelle spire del futuro,
ci impone la sua legge per la via della luce.
Una via alla speranza per la gente che verrà
dove guerre e nefandezze han ridotto il retaggio.
Con la forza della mente e il coraggio come scudo,
l’uomo affronterà lo spazio e la sua immensità.
Tra le stelle e i pianeti, navigando nell’ignoto,
l’essere umano troverà forse, la sua dimensione.
Mondi nuovi e inospitali, buchi neri e nebulose,
stelle ardenti come fiamme, avventure a non finire.
Forse questo è il destino dell’errar di pochi eletti,
per un’alba siderale e un futuro evanescente.
Nell’immenso universo troveranno infin la pace,
quella pace che in terra non han mai trovato.
Più vicini al creatore, più lontani dal passato,
forse l’animo dell’uomo, troverà sublimazione.

Foglie d’autunno

Lo stormir di piante, al cielo nuvoloso
come un acclamar delle foglie all’Autunno.
E l’agitar delle chiome, sembra festeggiar l’avvento,
un’altra stagion che muore e una che nasce.
Le foglie sono come delle anime, che aspirano al
sublime, che muoiono per Lui, che cadono affrante.
Sfinite, deluse, annichilite dal freddo, sballottate dal
vento, una sull’altra dimenticate.
Prima germogli, poi inesperte foglioline, infine grandi
e verdi figlie dell’albero, per poi cadere a terra, gialle,
avvizzite, morte.
Come le foglie anche gli uomini, viene il tempo per tutti
e si cade come loro, nell’oblio della morte.



Poesie di Francesco Umberto Iodice

Sapere che amare

Sapere che amare
significa dare
se stessi a
un altro
e perdersi nel darsi.

Sapere che amare
è esclusiva
intimità,
speciale carezza
bacio sincero.

Sapere che amare
porta a soffrire
disumani dolori
che uccidono
il bambino
perchè ne sorga
un uomo.

1 ottobre
...nata aspettando un treno d'autunno per milano...
binaio 4

Vita

Oh Vita,
Il rumore del motore
di un treno la mattina
non distrae quanto l'uomo spera.
E se dentro di sé egli soffre
un male immissurato
dove può cercar riparo?
Essere onesti e accettare la realtà,
costringersi a vivere,
portare avanti i giorni che
cadono troppo lenti
come foglie secche e bagnate d'inverno,
nutrendo vana speranza
dà tempo al tempo.
Ma neppure questo aiuta l'uomo.
E ora...?
Amore e dolore.

La vita che non vorresti,
la vita che vivrai.

2 novembre

Pensiero delle F.S.
Ore 10:03

Di fronte ad un vecchio treno
su un binario morto d'autunno
nasce un pensiero.
Spesso malinconico, mai banale
fa perdere il tuo sguardo
in quello di un passeggero.
Lui va, tu resti ancora un po'
ma la direzione migliore
non la conosce nessuno dei due.

Amore e dolore viaggiano sulla stessa rotaia.
Su quel treno che un tale ho sentito chiamare: vita.

Ti amo, forse ancora, meno di prima ma

più di un mese fa. E poiché di notte ti ho stretta a me
ora al mio risveglio ritorna il tuo ricordo.
Sempre mi uccide, sempre mi annienta.
Toglie coraggio e vita al mio corpo, che non
si alza da questo letto sudato, in fiamme.
Toglie desiderio e sorpresa alla mia anima
che anela alla morte come un ladro alla libertà.

Tutto di me hai ucciso, Amore mio,
Di me non chiedi nemmeno. Tre anni per te
sono stati momenti soltanto, per me sono stati
vita pura.

Per questo adesso
ho in odio la vita mia,
perchè vivere per me sei tu.
Al mio fianco in macchina, sul letto,
su una panchina
in un parco stellato.

Capire ora che non ci sei
non fa male come capire...
che non ci sei mai stata.

Tra le mani non ho niente. Solo solitudine.

Rabbia nell'animo ferito che tace, urla, tace, urla, tace...
Urla feroce, come in tempesta.
Non posso non ascoltarlo.

Non resto che con il peggio di me,
un dolore profondo
senza fine ne eco,
e la sicurezza
di non piacermi più, forse, per sempre.
 sono di un solo che la metà già mi basta.
Il telefono non suona e non vibra.
Allo stesso modo non vibra il mio cuore,
la mia vita ora è una monotona agonia,
 un male lento e inesorabile
che mi prende tutto e
non mi da tregua nemmeno nel sonno.

Ed io non posso non ascoltarlo...

Amica

Tu mi hai visto rannicchiato
nell'angolo più scuro della mia vita
senza speranza sono stato solo
a guardare il cielo su me cadente
ora la tempesta è passata e la nave è tornata al porto sicuro
ora l'inverno è morto ed è rinata la primavera,
ora la verità ha vinto la falsità e l'ipocrisia,
ma io non dimentico.
Tu mi sei stata vicina e quando mi hai visto
non sei fuggita, mi hai teso la mano
mi hai voluto accompagnare al porto
hai ucciso l'inverno dentro me
mi hai sempre detto la verità.
Per questo a Te il mio cuore sarà sempre aperto.

Ti prego o straniero

non umiliare il mio amico.
Ha lottato,
ha perso.

Alza lo specchio e guarda.
Un volto non più suo
tumefatto, solcato da segni di battaglie.

Solo la pioggia lo accarezza.
Nessuna mano tende la sua.
Né echi d'eroi passati, né voci di madri.

Solo. Così, cammina sicuro un uomo
tra il trionfo e il precipizio.
Non ha paura perchè non ha speranza.

Un giorno anche a te o straniero 
i suoi drink saranno dolci.
Quel giorno, o straniero, lo capirai.

Ti bacio come stessi per morire 

così potrò vivere e imparare ad accettare.
Ti bacio con passione 
perchè non so farlo che così.
Così potente questo sentirci 
che le tue labbra sono le mie e 
mie le tue.


Poesia di Alice Salvitto (11 anni)


Piccola grande poesia

Voglio scrivere una piccola, grande poesia…una poesia che parla d’amore.
Qualcosa di astratto, che si lascia trasportare dal vento.
Una piccola cosa che ti lascia d’incanto.
Il cinguettio di un uccello,che bella la melodia del suo canto,
i bambini che giocano rincorrendo la palla
il profumo della primavera che rende la vita più bella.
Sono seduta sul prato contando le infinite stelle,
da sola.
Nel buio più oscuro che mi racchiude nei pensieri e nelle perplessità,
ormai disperse in ogni singolo umano di questa incomprensibile terra…
Tutte le cose sono piccole ma grandi.

22/10/2011



Poesie di Pasquale Muzzupappa

La Febbre dell’Oro

Nella notte
Tu sei la luce in fondo alla strada
Che non mi farà inciampare il piede
Camminando lungo la main street
Di questa città fantasma

Ricordo
folle di folli
A valanga nel crogiuolo
 Per la febbre dell’oro
Turpi miscredenti
Senza patria, né arte
Scappati e ormai perduti:
I disperati per altre main street

Tu sei la luce in fondo al cammino
Che conservi nel cuore il tesoro prezioso
Attraverso i sette mari e le catene imponenti
Queste baracche semicadenti
Celano il divino amore
Non più denaro facile si dirà
Solo questo presente ricolmerà
La febbre dell’Oro

Pascal, 02/03/07

Una pagina, un foglio, un volto

Il nulla parla
Non senti il buio e il vuoto
Che ripetono i solfeggi suoi?

C’è voluta un’intelligenza creatrice
Per scrivere una pagina nel libro della vita
Una pagina…un foglio… e un volto
Che in qualunque stagione del tuo umore ti trovi
Ti sorrida e ti innalzi al vento
Alle vette, ti porti ai Campi Elisi
E che ti faccia rotolare tra le spighe di grano!

Scaglie dorate di sole portano
Ambrati affreschi nel buio delle grotte marine
Che oscure borbottano ritmiche arcaiche danze
Un scintillio dell’anima vivente                                                                                                                              baluginante nel sole che appare e scompare
Nell’eterno migrare dei giorni

Pascal, 5 settembre 07 – 4 gennaio 2008

E mi affido al vento

Quando vado roteando in preda
ai deliri del mondo
mi viene in soccorso il falco
esco meditabondo dalla tana desolata
sottili urli e stridenti mormorii
d’agitazione coprono
il monte e la pianura
il richiamo si fa più vivo e fremente
riesco a malapena a stendere il pensiero
nella mente solo vaghe farneticazioni
echi rauchi e gutturali nelle orecchie
m’affido al sibilo ringhioso del vento
che sfronda il tedioso clamore
vacuo rumore che s’accartoccia su di sé
dalla possente pulsione che piega
l’erba e la “locura”, sfrondando i rami
in un fragoroso abbraccio
inconsulto catenaccio
che piega sturando
gli orecchi
alla comprensione del
cuore: meta ancora ambita
s’adombra in lontananza
nella dura salita
passo dopo passo avanza:
diventerà una danza?

Pascal, 22 aprile 2010

La  Barca

La barca fragile dell’Amore
Viaggia nell’immoto mare,
ma quanto potrà durare
senza vele, senza vento,
e di notte
a fidar solo del firmamento….
Giungerà alfine al sospirato molo?
(5 marzo 2011)

 La Comunione d’amore è per sempre

Cenando insieme
Ci siamo alimentati
Cuori e labbra
Anima e corpo

Calore e abbracci
Niente si è perso
In questo frammento del giorno

E domani lo ricorderemo
Sarà la lanterna sotto il portico
Il brillio per il segnale
Che riporta l’azione ancora
Per chissà quali lidi da esplorare
E sacre sponde
Da raggiungere….
Buon viaggio, Amore.

Pascal, 18 febbraio 2009


Poesie di Luciana Figini

Viale della Villa Bagatti

Sono tornata sul Viale
che mi ha visto bambina

Viole e margherite
corse sfrenate
erano le mie giornate

Zittisce il viale oggi
sotto una coltre di neve
resa brillante e dorata
da un sole invernale
che acquieta l'animo

Metafora di un'infanzia
ormai lontana
è questa coperta candida

Sotto di essa
ancora echeggiano
le urla dei bambini
le imprecazioni dei contadini

Chi più si ricorda
dei campi di papaveri e fiordalisi
sentiero preferito
delle nostre scorribande?

Tra questi pioppi ormai malati
che ancora mi riconoscono
sono sparse le mie orme

Dolcezze e amarezza
nello stesso istante

Il ricordo ancora tangibile
di un'epoca di magia
la tristezza e l'abbandono
delle nostre campagne

Una volta , sul viale
se stavo zitta ed ascoltavo
sentivo il respiro della natura
e le risate dei bambini

Ora mi fermo
e da lontano
sento soltanto
le carovane infinite
delle auto

...siamo noi
che stiamo distruggendo
la nostra anima ?

12 gennaio 2006

Sera d’inverno

Tra due pioppi scheletrici
è spuntato un frutto
rosso sangue
saporito
un’enorme pesca solare
ha trovato rifugio
tra rami di ruggine metallica

il riflesso della sua luce
fa da chioma agli alberi
la sua polpa di sangue
incendia l’orizzonte

Speranza

Tocca il ghiaccio
purezza gelida
tocca la neve
cotone che si scioglie

è pur vero
che la vita ha fine nel ghiacciaio
ma se ho il coraggio
di infilare la mano
dentro la neve
già tocco i fili d’erba
assiderati
ma vivi

Auto nella nebbia

Auto nella nebbia
Come mosche cieche in processione
Che infrangono il mistero invernale
Della perdita dell’orizzonte
E sfondano
Con i loro anabbaglianti
Anche le più fitte barriere di nebbia

Quella nebbia maledetta / benedetta
Che un tempo
Proteggeva le nostre case
E smarriva il nostro senso dell’orientamento
Oggi non ha più senso
Non ha più ragione
In un mondo che non ha più il  tempo
Di perdersi , ritrovarsi o nascondersi nel mondo magico
Dei vapori autunnali

Illusione di viaggio

Basta prendere un treno
In un pomeriggio
Di cielo ghiacciato
Per donarsi
L’illusione del viaggio

Per mezz’ora almeno
Da Varedo a piazzale Cadorna
La mia anima si libera
Dalle catene
Che la tengono
Prigioniera della terra
E comincia a volare
In un paese lontano

Oltre il finestrino inizia la steppa infinita
Il magico e sconosciuto paese
Del mio terzo occhio

no grazie , non voglio chiacchierare,
voglio solo parlare con i miei sogni

Alive and kicking    ( alla mia mente)

Io non so
se , ancora una volta,
mi stai ingannando
con i tuoi miraggi
con le tue contorsioni
con la tua pretesa
di mostrarmi la luna
affogandomi poi
nelle tue stesse parole

Ma sento
che qualcosa di nuovo
sta nascendo
sotto la mia pelle

E’ un neonato urlante
che non ha nessuna voglia
di essere mio figlio

Ha dormito finora
 indisturbato
nella pattumiera
delle mie depressioni

Il fetore
e la malattia
gli hanno fatto compagnia

Il profumo familiare
della discarica
lo ha convinto a restare
a giocare
quietamente
nella fogna vicina

Ma oggi
qualcuno gli ha dato
un sonoro calcio
e l’ha buttato nel mondo
vivo e scalciante
alive and kicking

Lo guardo e rido
perché lui urla
ma è vitale
e fortissimo
anche se si è sempre nutrito
di rifiuti e fantasmi

Chissà
se vorrà rimanere con me
chissà
se vorrò rimanere con lui

Urla troppo per i miei gusti
sono troppo volatile
per piacergli

…per ora ci guardiamo in faccia…

lui smette di gridare per un attimo
io smetto di alllontanarmi per un secondo
e cominciamo
a scambiarci
lontani e minacciosi sguardi d’amore….

5 Gennaio 2008